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Aziende in ansia: il 31 ottobre l’Imu può rincarare

Appello dei Comuni a non alzare le aliquote del prelievo alla scadenza prevista dalla legge. Norme ad hoc per sottoporre al prelievo anche le attività commerciali del settore no-profit

di Carlo Sala 17 ott 2012 - ore 12:04
Aziende in ansia: il 31 ottobre l’Imu può rincarare. E dal 2013 colpirà nuove attività
Appello dei Comuni a non alzare le aliquote del prelievo alla scadenza prevista dalla legge. Norme ad hoc per sottoporre al prelievo anche le attività commerciali del settore no-profit

Aumenta la preoccupazione tra gli imprenditori per la scadenza dell’Imu al 31 ottobre, data entro la quale ciascun Comune potrà variare in su o in giù dello le aliquote dello 0,4% e dello 0,76% fissate rispettivamente per la prima abitazione e per tutti gli altri immobili. A giugno il ministero dell’Economia stimava un gettito totale dell’Imu per l’anno 2012 intorno ai 20 miliardi – 3,28 dalla prima casa, 16,8 dagli altri immobili – destinati poi a essere ripartiti fifty-fifty tra lo Stato e i singoli Comuni riscossori. Andato a gonfie vele – secondo dati ufficiali ex post – il prelievo della prima tranche a giugno, dell’Imu, la cifra complessiva del 2012 potrebbe essere superiore alle previsioni, visto che i Comuni hanno già abbondantemente rivisto al rialzo le aliquote base (85 capoluoghi di provincia applicano aliquote maggiori sulla prima casa, 31 hanno portato al massimo, 1,06%, quella sugli altri immobili).
Escluso che i Comuni possano incamerare in futuro l’intero gettito dell’imposta dall’anno prossimo, la loro quota appare comunque destinata ad aumentare, sia perché per la ripartizione fifty-fifty con lo Stato dovrebbe essere rivista a loro favore, sia per effetto della revisione catastale (il comparto agricolo è in allarme per la revisione degli estimi dei terreni che ospitano serre e impianti), sia, da ultimo per la sottoposizione all’imposta, attraverso specifiche norme di legge, di quanti – Chiesa, partiti, sindacati, associazioni, no profit - per quest’anno hanno potuto evitare di pagare.

Già oggi l’Imu costa agli imprenditori fino all’82% di maggiori esborsi rispetto alla vecchia Ici, secondo i calcoli della Cgia di Mestre. Nel periodo 2012-14, le imprese pagheranno nel complesso 5,5 miliardi in più (la differenza tra versamenti complessivi per 19 miliardi e sostegno dallo Stato, sotto varie forme, per 13,5) e buona parte di questo maggior esborso è dovuto al prelievo sugli immobili dove svolgono le proprie attività, immobili che non essendo classificabili come destinati ad uso abitativo principale soggiacciono di base a un’aliquota dello 0,76%. Mentre le voci per una mitigazione dell’Imu vanno aumentando (da ultimo l’ex ministro Giulio Tremonti in occasione del lancio del suo partito, e, con specifico riguardo agli immobili ad uso produttivo, la Lega) man mano che ci si avvicina all’appuntamento elettorale del 2013, tornano d’attualità i calcoli che la Cgia aveva già effettuato nei mesi scorsi. Con aliquote massime, all’1,06%, Caserta, Pesaro, Savona e Rovigo hanno costretto i titolari di capannoni a maggiori esborsi, rispetto all’Ici, appunto dell’82% (in cifra assoluta, pari rispettivamente a 1.378, 1.205, 818 e 749 euro di maggiori versamenti). Nella top ten dei maggiori rincari in questo specifico settore seguono poi Arezzo (aliquota al 0,99%, rincaro del 77%, pari a 340 euro), Udine (0,86%, +72%, 353 euro), Firenze (0,99%, +70%, +471 euro), Forli (0,98%, +68%, +491 euro), Trieste (0,97%, +66%, +1601 euro) e Pordenone (0,76%, +66%, +989 euro).

Assolombarda chiede cautela nei rialzi, l’edilizia denuncia la perdita di un milione di posti di lavoro già ora, prima che con la scadenza del 31 ottobre si sia completato il quadro delle aliquote Imu in vigore negli oltre 8000 Comuni italiani. Esprimendo “forte preoccupazione per la vera e propria escalation della pressione del fisco locale sulle imprese”, Assolombarda ha rivolto un appello ai Comuni a ''valutare attentamente gli impatti sulle attività produttive e sui livelli occupazionali'' che gli enti locali potranno determinare nel decidere entro il 31 ottobre ''aliquote d'imposta maggiorate per capannoni industriali, uffici e punti vendita''. A nome del comparto edile, Francesco Gaetano Caltagirone ha invece denunciato “a settembre abbiamo venduto il 90% di immobili in meno rispetto all'anno precedente, questo a causa della nuova tassazione introdotta sugli immobili che incide violentemente sul settore. Ciò creerà probabilmente un milione di nuovi disoccupati nel settore”. Spingendosi oltre l’appello alla mitezza venuto pochi giorni prima dalla maggior affiliata di Confindustria, Caltagirone ha invocato una moratoria tout court per l’Imu. “Bastava – ha detto - non imporre il pagamento dell'Imu per le nuove costruzioni per 10 anni».

Intanto arriva l’Imu per le attività degli enti no profit (Chiesa, partiti e sindacati, associazioni) che gestiscono ad esempio mense o bar nei loro locali, ricavandone un profitto (anche piccolo) o ancora scuole paritarie, ospedali convenzionati o strutture ricettive per persone affette da disabilità per motivi di salute o di età. Dopo la bocciatura del Consiglio di Stato al regolamento con cui questi soggetti venivano inclusi dal 2013 nella platea dei contribuenti Imu, il governo ha emanato un apposito decreto (dl 174/12, già pubblicato sulla Gazzetta ufficiale) che assoggetta all’Imu i locali nei quali vengano svolte attività che non siano a titolo gratuito o per le quali venga riscossa una retta simbolica. Oltre alla gratuità o quasi (compenso simbolico) delle attività che vi si svolge, perché i locali siano esentati dall’imposta occorre ancora che tutti i profitti maturati dalle attività ospitate vengano reinvestiti per fini di solidarietà sociale e che il soggetto che in quei locali svolge attività e riscuote somme si impegni a devolvere l’intero proprio patrimonio, in caso di scioglimento, a un altro soggetto il cui scopo principale sia la solidarietà sociale (e che solo in funzione di questo svolga, accessoriamente, attività da cui trae profitti.

L’arbitrarietà del sistema fiscale contestata all’Italia dal Fmi trova probabilmente una risposta, almeno parziale, nella sottoposizione a Imu dei locali dove soggetti no profit traggono comunque dei profitti grazie alle attività accessorie alla propria ragion d’essere. Dopo la bocciatura del Consiglio di Stato, da Confedercontribuenti all’ex sindacalista poi parlamentare Giorgio Benvenuto non erano mancate voci a esprimere il timore di iniquità fiscale ed effettivamente esisteva un rischio, seppur di dimensioni ridotte, di alterare la parità che è giusto ci sia tra concorrenti (un bar in un oratorio esentato da Imu potrebbe teoricamente beneficiare di un indebito vantaggio competitivo rispetto a un bar dall’altro lato della strada rientrante a tutti gli effetti nell’ambito commerciale, per fare un esempio banale). Ma scongiurare ogni pericolo di iniquità tra contribuenti e disparità nella concorrenza è un risultato largamente affidato all’applicazione concreta di quelle norme, applicazione tutt’altro che facile visto che subito sono fiorite diverse interpretazioni. E per le imprese la par condicio per cui pagano loro ma anche gli enti no profit rappresenta una consolazione o poco più rispetto al fatto di dover comunque pagare.
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