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Capitale umano in Italia: davvero una donna vale la metà di un uomo?

Lo dice uno studio dell’Istat, che valuta le capacità di reddito futuro delle persone. Italia indietro rispetto a Spagna, Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Canada. Spiccano le differenze di genere.

di Marco Delugan 24 feb 2014 - ore 14:56
La ricchezza che un paese può produrre dipende da tanti fattori, dalla disponibilità di capitale, dalle risorse naturali, dalle capacità imprenditoriali, dall’organizzazione statale e altre ancora. E dal capitale umano, cioè dalla capacità lavorativa delle persone che lo abitano.

COS’E’ IL CAPITALE UMANO - Del concetto di capitale umano vi sono diverse definizioni, una delle più condivise a livello internazionale è quella dell’Ocse, che considera capitale umano “le conoscenze, le abilità, le competenze e gli altri attributi degli individui che facilitano la creazione di benessere personale,
sociale ed economico”, e quindi ne amplia la visione oltre lo stretto ambito produttivo.

Nello studio elaborato dall’Istat, dal titolo “Il valore monetario dello stock di capitale umano” viene seguito l’approccio income-based degli autori Jorgenson e Fraumeni:
Tale approccio definisce il valore dello stock di capitale umano a partire da una stima della sua capacità di generare reddito per gli individui che lo posseggono.
Senza voler entrare nelle caratteristiche specifiche del sistema di elaborazione, a tale capacità contribuiscono, oltre alle doti innate, la formazione culturale e professionale, le esperienze di vita e di lavoro, tutte “variabili” che a loro volta dipendono dalle condizioni del mercato del lavoro, dal sistema educativo, dall’ambiente sociale e culturale in cui si vive.

Lo studio dell’Istat ha però aggiunto un ulteriore capitolo alla valutazione del capitale umano:
La specificità del lavoro è di combinare la stima del capitale umano impiegato in attività market (quelle vendute sul mercato e rientrano nel quadro principale del sistema dei Conti nazionali) con quella in attività non market (ovvero la produzione di beni e servizi fruiti e ceduti gratuitamente) riferibili alla produzione domestica e al tempo libero.
QUANTO VALE UN ITALIANO - Secondo i risultati dello studio, in media un italiano con età compresa tra i 15 e i 64 anni ha una capacità di reddito futuro di 342mila euro (dati riferiti al 2008). L’Italia si trova indietro rispetto agli altri paesi Ocse considerati nello studio per incidenza del capitale umano sul Pil, che sono Spagna, Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Canada, ma il dato che fa più scalpore è la differenza dalla capacità di reddito tra uomini e donne: 453mila euro per gli uomini, 231mila euro tra le donne.

Secondo quanto riportato nel rapporto Istat:
Il differenziale è da mettersi in relazione alle differenze di remunerazione esistenti tra uomini e donne, ma anche al minor numero di donne che lavorano e al minor numero di anni lavorati in media dalle donne nell’arco della loro vita.
Se si considerano però le attività non market, e cioè quelle legate all’attività domestica e al tempo libero, le cose cambiano molto: il capitale umano medio femminile passa a 431mila euro e quello maschile a 407mila.

capitale-umano-italia-2008

CAPITALE UMANO PER ETA’ E LIVELLO DI ISTRUZIONE - Tornando alla misura del capitale umano in vista della produzione destinabile al mercato, il lavoro dell’Istat evidenzia forti differenze tra under35 e over55, con i primi che valgono in media 556mila euro e i secondi 46mila. La differenza, molto marcata, deriva dall’impostazione del sistema di calcolo che vuole misurare la capacità di produzione futura che, anche a parità delle altre condizioni, è più alta per che è più giovane, avendo davanti a se più anni di lavoro. E il lavoro dell’Istat conferma come a un maggior livello di istruzione corrisponda un capitale umano più alto. Questo scritto è redatto a solo scopo informativo, può essere modificato in qualsiasi momento e NON può essere considerato sollecitazione al pubblico risparmio. Il sito web non garantisce la correttezza e non si assume la responsabilità in merito all’uso delle informazioni ivi riportate.
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