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Gig economy: lavoreremo tutti per un algoritmo?

Economia dei lavoretti, ma non solo. La gig economy potrebbe diventare la nuova forma di organizzazione del lavoro per molti. Vediamo di cosa si tratta e perché è bene regolarla con nuove leggi.

di Marco Delugan 2 lug 2018 - ore 15:46

La definizione di gig economy non è univoca. Viene chiamata economia dei lavoretti, ma non vi è ancora un accordo tra i ricercatori su quali lavoretti vadano considerati. Nelle ricerche che si trovano sull’argomento, effettuate in Italia e in altri paesi, nella categoria dei gig worker si possono trovare dai rider di Deliveroo e Foodora, ai traduttori, ai creativi della pubblicità fino ai professori a contratto delle università Usa.

Ma il centro della questione, al di là delle mansioni a cui i gig worker si dedicano, è la modalità di reclutamento e di gestione. I lavoratori della gig economy lavorano cioè tramite App, piattaforme e siti internet. E molto spesso la loro attività è gestita dalle stesse piattaforme.

 

UNA NUOVA FORMA DI LAVORO

gig-economySecondo il giuslavorista Pietro Ichino, questa modalità di reclutamento e di gestione li rende una categoria professionale non inquadrabile nelle tradizionali figure del lavoro dipendente e di quello autonomo. Come riporta Lettera 24, infatti, la figura del gig worker è decisamente particolare.

Può lavorare per più piattaforme, e quindi avere più datori di lavoro. E’ un lavoratore solo quando è connesso alla piattaforma. Non ha un luogo e nemmeno un orario fisso di lavoro. Ha un curriculum (potremmo chiamare così il ranking che le piattaforme spesso assegnano al lavoratore) che vale solo all’interno del mondo delle piattaforme online. Non ha un lavoro, ma accede al proprio lavoro quando fa login alla piattaforma che lo impiega secondo le sue necessità.

Quello che però diventa preoccupante, però, è che non rientra in nessuna delle forme di tutela dei diritti e della sicurezza dei lavoratori.

 

I GIG WORKER IN ITALIA

Ma quanti sono i gig worker in Italia, cosa fanno e quanto guadagnano? Secondo una indagine svolta dalla Fondazione Debenedetti e dall’Inps, i cui dati sono stati presentati all’ultimo Festival dell’Economia di Trento, sono circa 700mila. Di questi 700mila, però, solo 10mila sarebbero i rider di cui si sta parlando molto in questo periodo.

Gli altri sono baby sitter, idraulici, addetti alla pulizie. Ma anche personal shopper, addetti al lavaggio dell’auto e altro ancora. Un mondo variegato, insomma, con la particolarità che questi lavoratori vengono ingaggiati e gestiti tramite App, siti internet e piattaforme online. Una particolarità che nei prossimi anni potrebbe diventare sempre meno particolare, perché secondo molti esperti la gig economy si espanderà anche ad altri tipi di professionalità.

Dall’indagine emerge anche che il 54% dei lavoratori della gig economy sono uomini e il 46% sono donne. Il 49% ha meno di 40 anni, e di questi il 22% ha tra i 18 e i 29 anni. Il 10% dei contratti di lavoro è di collaborazione coordinata e continuativa, e il 21% è di lavoro a chiamata. Ma ci sono anche rapporti regolati da partita Iva e pagati con i Nuovi Voucher.

 

QUANDO SI GUADAGNA NELLA GIG ECONOMY

Nell’inchiesta vengono anche stimati i guadagni dei gig worker, secondo diverse tipologie di lavoratori. Gli studenti lavorano mediamente da una a quattro ore alla settimana, e guadagnano, sempre in media, 12 euro all’ora.

I gig worker con più di 40 anni di età lavorano in media dalle 10 alle 14 ore settimanali, e lo fanno come integrazione dl reddito che già ottengono da un lavoro più stabile. E svolgono lavori comunque vicini alla propria professionalità normale. Il guadagno medio, secondo l’indagine, è di 343 euro al mese.

Per chi invece ha nella gig economy la sua attività lavorativa principale, le ore settimanali si aggirano tra le 20 e le 30. E i guadagni si aggirano intorno agli 839 euro al mese.

 

GIG ECONOMY E MAGEMENT ALGORITMICO

Come riportava un articolo del Financial Times dell’8 settembre del 2016, i lavoratori della gig economy sono lavoratori senza un vero e proprio posto di lavoro e reclutati e gestiti da un algoritmo. Il loro referente è l’interfaccia di un oggetto virtuale, e non una persona fisica. E solitamente non sanno nemmeno chi siano i loro colleghi. Per organizzare una protesta, anni fa a Londra, hanno cominciato a ordinare loro stessi pizze sulla piattaforma su cui lavoravano, in modo da potersi conoscere e quindi organizzarsi.

Il termine management algoritmico è stato coniato dalla Carnegie Mellon University Human-Computer Interaction Institute, ed è questo nuovo tipo di management a rendere possibile la gig economy.

Il management algoritmico risolve molte questioni importanti per le aziende della gig economy: e cioè come istruire, tracciare e valutare una massa di lavoratori casuali che non vengono assunti e quindi nessuno conosce direttamente, in modo che forniscano un servizio pronto e standardizzato.

Perché, se è vero che nessuno valuta, seleziona e assume i lavoratori, è anche vero che l’algoritmo è in grado di controllare con grande precisione le loro performance. E grazie a questo controllo di assegnare un rating a ogni lavoratore, e cioè un voto che può essere utilizzato anche per escludere lo stesso dal servizio in via temporanea o definitiva. Ma anche, indirettamente, per istruire.

 

COME LAVORANO I RIDER

Il Financial Times descriveva così la struttura di ogni singolo lavoretto di un rider.

Quando arriva una richiesta di un trasporto da parte di Deliveroo, chi la riceve deve rispondere entro 30 secondi. In quel momento sa dove andare a ritirare quello che deve trasportare, ma non dove portarlo. Cosa che gli verrà comunicata solo al momento del ritiro.

A ogni lavoratore viene assegnato mensilmente un giudizio, che dipende dai tempi di risposta all’ordine, da quelli di percorrenza del tragitto verso il negozio e verso il cliente, e dai tempi di permanenza presso il cliente. Rifiutare una chiamata da un punteggio negativo. Per quanto riguarda i tempi verso il negozio, dal negozio al cliente, Deliveroo concede la possibilità di “ragionevoli ritardi”, forse anche per evitare una cattiva fama se dovessero avvenire incidenti stradali.

I guidatori di Uber hanno 20 secondi per rispondere alla chiamata. Anche in questo caso non conoscono la destinazione del cliente fino a quando non arrivano a prenderlo. Se perdono tre chiamate di seguito vengono scollegati dalla App per due minuti. Anche loro ricevono report periodici di valutazione, in questo caso settimanali. In ogni report viene indicato un rating. Se la votazione scende sotto un certo livello, gli account dei driver vengono disattivati.

 

MANAGEMENT ALGORITMICO E CONTRATTO DI LAVORO

Proprio dal management algoritmico derivano i problemi di definizione del rapporto di lavoro e delle modalità di protezione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori. Se non c'è un capo riconosciuto che coordina il lavoro, infatti, non si può parlare di lavoro dipendente. Ma per chi lavora per un algoritmo, non si può nemmeno parlare di lavoro realmente autonomo. E non ci sono leggi che regolano un rapporto di lavoro con un capo di questo tipo.

Non è ancora chiaro come potrà evolversi la situazione. Alcune aziende hanno già optato per contratti di collaborazione coordinata e continuativa. La Regione Lazio ha da poco approvato una legge regionale e la Regione Piemonte presenterà alla Camera una proposta di legge sulla Gig Economy e in particolare su come regolare i rapporti di lavoro tra i rider e le aziende di food delivery. I principi generali che guidano la nuova normativa sono la contrattazione collettiva, il salario minimo garantito, la copertura per la pensione e per la salute, il rifiuto del lavoro a cottimo, la presenza nei contratti di indennità per particolari giorni o orari.

(Photo by Dan Kitwood/Getty Images)

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